La maggior parte degli storici ha sostenuto e sostiene la tesi della decadenza della Repubblica Veneta. E, si badi, tale decadenza non viene relegata al XVIII secolo, ma viene anticipata nientemeno che alla scoperta dell’America!
Questo – attenzione – conduce a far ritenere, ad un approccio indotto e superficiale, ineluttabile non solo la sua caduta, nell’espressione del regime aristocratico, ma persino la sua scomparsa dalla Storia in qualunque altra forma di governo (eppure l’aristocrazia lascia il potere nelle mani di un regime “democratico”, non cancella lo Stato veneto; ma il risultato sarà l’ignobile tradimento di Campoformido); conduce, in altri termini, a formare generazioni, anche istruite, aduse a considerare un parto del destino la cancellazione di qualunque idea di statualità veneta e poi, a caduta, persino di popolo veneto, di cultura veneta, di lingua veneta.
Insomma, un milieu di intellettuali che altro non è se non il braccio istruito di un’operazione, nulla più che politica, di annullamento di un popolo, con sradicamento totale delle sue radici millenarie.
Invero, le eccezioni a questo monolite dai riflessi pavloviani sono molte e significative. Ne citeremo solo alcuni.
Fernand Braudel scrisse che Venezia non cadde, ma fu “spezzata” dal di fuori. Frederic Lane dedicò pagine a dimostrare la grande vitalità economica della Repubblica sino allo spirare del secolo XVIII, scrivendo in chiaro, sostanzialmente, che la Storia della Repubblica non è funzionale al disegno unitario italiano.
Prima di loro Evgenji Tarle, Leopold Von Ranke. Lo stesso Samuele Romanin descrive minuziosamente la “congiura” che portò alla caduta dello Stato Veneto, soffermandosi su questa macchinazione internazionale, anziché su fattori di decadenza interna. Oggi si definirebbe un “colpo di Stato”.
E poi, tanto luminoso quanto poco noto, Lucio Balestrieri, uomo di sinistra, fine economista veneziano del ‘900, tecnico virtuoso ed acutissimo analista.
Tutte le Nazioni sono tracollate sotto i colpi di potenti armate. Sarebbe sufficiente ricordare l’Italia del 1943, la Francia del 1940, la Polonia del 1939. Soprattutto per la prima, le condizioni economiche, militari, politiche, di coesione nazionale erano ormai distrutte. Perché, dunque, esistono ancora, a differenza del nostro Stato? Per quella che Balestrieri definisce la “solidarietà internazionale” e che noi traduciamo con la volontà dei potenti.
Non solo la Francia – non Bonaparte: la Francia! – attaccò e dissolse con l’inganno, la malafede e, soprattutto, la violenza il nostro Stato, ma, cosa ancor più spregevole, l’Austria, virtualmente alleata dell’aristocrazia veneta, tradì e collaborò alla spartizione dello Stato veneto, così come accadde alla Polonia nel 1939, sulle spoglie della quale banchettarono Stalin e Hitler in pieno accordo (patto Molotov-Ribbentrop).
Balestrieri, con raffinatissimo trattato storico-economico, dal carattere estremamente tecnico nell’analisi finanziaria, afferma una serie di postulati sui quali chi scrive concorda senza riserve.
La Repubblica era approdata, dal ‘500, ad una vera e propria “civiltà nazionale attraverso forme originarie”. Venezia aveva di slancio superato la “fase cittadina”, che invece le viene attribuita sino alla fine.
Aveva inventato, nel 1619, la Banca Centrale (Banco Giro) e la cartamoneta (monetazione del debito pubblico, obbligazioni statali circolanti quali mezzi di pagamento): strumenti fondanti, quali elementi di sovranità, lo Stato moderno. Tale modello solo più tardi verrà adottato da Amsterdam, prima, e dall’Inghilterra, poi (solo dopo il 1688). La Francia mai, sino ai tempi moderni.
Nel ‘700 la sua situazione economico-finanziaria ne fa ancora “lo Stato più ricco d’Europa”. La sua moneta è ancora una delle più solide del mondo, le attività tessili e laniere sono in fase di espansione e grande modernizzazione, grazie ad una decisa politica di incentivi pubblici (Schio, Follina, Serravalle, Bassano…), nella forma di agevolazioni, premi, contributi, esenzioni fiscali. Pur mantenendo il sistema delle Arti, queste, con decreto del Pregadi del gennaio 1719, erano state “aperte”, con il libero ingresso associativo a chiunque ne avesse fatto richiesta.
Le entrate fiscali, grazie al lungo periodo di pace, nel ‘700 sono triplicate rispetto al ‘500. Nella seconda metà dello stesso ‘700, il debito pubblico è letteralmente dimezzato (da 80 milioni a 40 milioni di ducati) sino alla soglia fisiologica di indebitamento dello Stato (si pensi ai titoli di Stato, le obbligazioni pubbliche).
L’aristocrazia non è affatto una classe parassitaria, come nei nuovi Stati nazionali, che ripudia il lavoro manuale e gestisce le ricchezze dei padri sfruttando le altre classi sociali.
E’ un “partito” ormai iperspecializzato in politica, economia e diritto, che governa lo Stato mantenendolo in grande prosperità ed editando coraggiose ed epocali scelte politiche (la Banca centrale e la cartamoneta, con emissione di buoni a scadenza indeterminata, ne sono un esempio). E’ una classe che esercita un munus publicum, un dovere civico, obbligatoriamente e sotto la minaccia di gravi sanzioni. La forma di processo penale più grave, il rito dei Dieci, le era riservato.
La tassazione è mite e dal 1757 le entrate fiscali sono concentrate nella Banca centrale.
Fuori di Venezia, nelle città e nelle Comunità che costituiscono lo Stato, esistono governi locali “che di fatto fanno parte di un sistema federativo (…) Ciò significa che l’autogoverno detiene una rappresentanza degli interessi locali ben superiore a quella ristretta nella pura delega amministrativa, concessa dai governi autoritari, che respingono le idee federative in nome del principio sovrano accentratore”; così come purtroppo accade nell’Italia dei nostri giorni.
E’ una “nuova realtà nazionale”, è la formazione del modello di Stato moderno che si caratterizza per “indipendenza politica e supremazia economica”. La sua “libertà repubblicana è frutto di indipendenza e di peculiare organizzazione politica interna, più avanzata e stabile”. La sua “classe dirigente è interprete di tutto il mondo produttivo per equilibrio e lungimiranza”.
Il modello non è un condottiero alla Machiavelli (un “principe” che poi il grande toscano, ammiratore dell’autocrazia, identificò in un oscuro e infimo personaggio della Storia), ma quello del buon governo – quale mediazione tra poteri in un sistema accettato e condiviso – e del miglioramento delle condizioni di vita pubbliche ed individuali.
“La a tutti evidente superiorità civile e politica della Repubblica veneta produrrà l’effetto di accentuare il suo isolamento (…) fino a farla apparire anacronistica”.
“In realtà negli ultimi due secoli di esistenza la Repubblica compie quelle trasformazioni istituzionali, politiche e finanziarie, che anticipano lo Stato moderno”.
“E’ pacifico che la Repubblica non cade per contraddizioni interne, né per cause economiche”. “Lo Stato è florido e ben amministrato, in grado di garantire l’autosufficie3nza alimentare per oltre due milioni di sudditi. Le entrate fiscali superano i sei milioni di ducati, la circolazione monetaria gestita dalla Banca centrale, unica con quella inglese, si aggira sui due milioni di ducati ed è in grado di sostenere con continuità la spesa pubblica”.
E’ dopo il 1797 che sopraggiunge il disastro economico, lo sbandamento sociale, la disgregazione comunitaria, l’impoverimento del popolo, la distruzione del patrimonio pubblico, la devastazione del patrimonio artistico. I decreti napoleonici del 1806 saranno il colpo mortale. Il blocco continentale di Napoleone ed il distacco dell’Istria e della Dalmazia decreteranno il tracollo dei traffici marittimi e commerciali. Dal 1797 al 1814 la tassazione è aumentata del 760%!!! Si spalanca un’era di miseria ed emigrazione, che l’occupazione italiana del 1866 porterà al culmine. E’ solo dopo questi avvenimenti che le popolazioni venete conosceranno miseria, denutrizione e pellagra. Ed è solo dopo l’annessione al Regno d’Italia che vi sarà l’emigrazione di massa.
In tal guisa, al contrario del diffuso e superficiale giudizio liquidatorio (proveniente da schiere di “storici” che tutto ignorano di economia e diritto), “la situazione di prosperità esistente nel XVIII secolo ci permette di respingere la tesi, pur così diffusa, che il crollo della Repubblica sia avvenuto per ragioni dipendenti dalla sua decadenza”.
Brevi note: il virgolettato è interamente tratto da L. Balestrieri, Veneto, Questioni di storia della società veneta e dell’economia padana dalle origini ad oggi, (postumo) 1988.
Per gli altri autori: F. Braudel, Il Mediterraneo, 1985; F. Lane, Storia di Venezia, 1978; E. Tarle, La vita economica d’Italia in età napoleonica, 1950); L. Von Ranke, Venezia nel Cinquecento, 1974; S. Romanin, Storia documentata di Venezia, 1853.

