Mio padre è Maestro stuccatore e restauratore. Ora è in pensione da tempo. È stato uno degli ultimi depositari di un’arte millenaria: quella della decorazione e della scultura tramite la plasticazione dello stucco. Non si tratta dello stucco nel senso comune, quel dozzinale materiale con il quale si colmano fori o fenditure. Si tratta, invece, di quella mirabile materia, prediletta da Palladio, costituita di calce e polvere di marmo, che riveste o decora gli edifici sontuosi di tutte le epoche. Dalla Domus Aurea di Nerone, alla Basilica Eufrasiana di Parenzo, dalle colonne del Partenone ai grandi palazzi di Roma, Palermo, Napoli, Genova, Venezia.
La premessa è d’obbligo, perché si comprende come io abbia sempre respirato, sin dall’infanzia, il senso del bello e della tradizione, di qualcosa che è indifferente al trascorrere del tempo e che non soffre mode e conformismi, non si scompone di fronte ai rivolgimenti, sfugge ai mutamenti effimeri; laddove il concetto di effimero può comporsi di decenni o molto più.
E così, mi capitò, preadolescente, di camminare sui ponteggi della Sala delle Quattro Porte di Palazzo Ducale, sfiorando le imponenti statue di stucco del Bombarda, poste a guardia del soffitto, ammirare a pochi centimetri gli stucchi del Vittoria nella Scala d’Oro del Sansovino, passeggiare in solitudine tra i dipinti, i libri ed i cimeli del Museo Correr; persino tra file di abiti del XVIII sec. che allora vi erano custoditi in una stanza non aperta al pubblico. Le sale dedicate alle imprese belliche di Francesco Morosini, i Corni dogali, i bossoli per le ballotte delle votazioni, le toghe scarlatte dei magistrati, i dipinti con l’imponente flotta veneta, a bandiere spiegate, che dà battaglia ordinatamente schierata in linea di fila. Territori d’oltremare, fortezze, artiglierie, armate, tanta ricchezza e tanta, tanta, complessa, vita politica e civile.
Fu allora che iniziai, ancorché inconsciamente, ad avvertire un impalpabile disagio, poiché mi si parava dinnanzi un mondo parallelo a quello che la scuola pubblica mi prospettava. Da sempre appassionato di Storia, nella scuola trovavo nemmeno cenni di quell’immenso patrimonio e di quella grandezza.
A 13 anni mi fu regalato un modesto libello sulla storia della Repubblica di Venezia di un autore francese. Lo bevvi. Iniziai a leggere splendidi libri di tradizione veneziana (ricordo con affetto, tra i molti, Curiosità veneziane, di Giuseppe Tassini, e Gondola e gondolieri, di Giovanni Marangoni).
Approdai al Liceo classico veneziano “Marco Foscarini”, adagiato nel vasto complesso degli ex chiesa e convento di Santa Caterina (ovviamente, per i veneti, Caterina d’Alessandria, non da Siena). Nelle molte librerie di Venezia (oggi quasi tutte scomparse) si reperiva un’agenda per studenti medi che si intitolava “Agenda della Serenissima”. Ogni giorno della settimana era corredato di una fotografia ed un aneddoto di Storia, tradizione, cultura, arte, le fantastiche cronache di Marin Sanudo, che ti conduce per mano con sé nel suo tempo: un’autentica miniera di informazioni. Fu edita per soli tre anni (la conservo tuttora). Nella mia classe, già questo, di per sé, costituiva una stravaganza. Il peso plumbeo del conformismo si affacciava nella mia vita, ancorché in forme apparentemente innocue. Erano gli anni di piombo, nei quali i terroristi sparavano, uccidevano, piazzavano bombe e persino nel mio plesso scolastico le Forze dell’Ordine avevano proceduto ad arresti. Vedo ancora per la strada persone (alcune tramutate in sussiegosi intellettuali) che festeggiarono platealmente la strage di Aldo Moro e della sua intera scorta, o la morte del dolcissimo Albino Luciani, Papa Giovanni Paolo I, veneto di Canale d’Agordo ed a lungo Patriarca di Venezia.
Il tumulto degli imbecilli pareva inarrestabile, nell’ottuso scontro tra i deliranti sostenitori del comunismo ed i nostalgici dell’idiota regime fascista: praticamente, i nodi irrisolti, italico more, del secondo conflitto mondiale.
Trovavo tutto questo stucchevole, disgustoso. Vi vedevo orizzonti spazio-temporali piccini, miserrimi. Sentivo sulle mie spalle sempre più il ben più rilevante peso dei secoli, quei secoli che ci avevano lasciato forse il più grande patrimonio al mondo di bellezza, che si chiama Venezia.
Nel 1979 uscì La Repubblica del Leone, di Alvise Zorzi. Una mirabile sintesi della lunghissima parabola dello Stato veneto, dipinta con freschezza e tinte forti, un susseguirsi mozzafiato di eventi che trascina il lettore senza tregua, fino all’infausto 12 maggio 1797, che strappa alla Storia un’intera civiltà.
Quel libro mi segnò profondamente, non tanto e non solo per la straordinarietà dell’ultramillenaria vicenda narratavi, ma soprattutto perché la grandiosa epopea di uno dei più grandi e longevi protagonisti della Storia europea e mondiale mi si svelava intrisa di eventi, istituzioni, toponimi, che parevano inghiottiti nel nulla. Dov’era la memoria dell’assedio di Candia, il più lungo della Storia dell’umanità? Cos’era il Pregadi? Dov’erano Zara, Spalato, Sebenico, la Morea, Cerigo, Modòn e Coròn, Santa Maura? Perché nemmeno li trovavo sulla carta geografica? Ed il Golfo Di Venezia? E chi era questo Bragadin che aveva resistito un anno a 100 mila turchi a Cipro per poi essere assassinato dopo sevizie indicibili? E Cipro che luogo è? Forse quel conflitto dimenticato, nel cuore del Mediterraneo europeo, nel quale i Turchi si impossessarono con le armi di metà dell’isola nel 1974? Il 1974? Ma erano e sono ancora conseguenze delle vicende venete del 1571? (Tutt’oggi l’isola è presidiata dai caschi blu dell’ONU). I turchi ancora memori e noi totalmente oblianti? E chi erano questi Veneti insediati nella regione circa 800 anni prima della fondazione di Roma? Omero stesso li cita nell’Iliade accanto ai Troiani. Ma erano un popolo? E che fine hanno fatto? Estinti perché assorbiti per sempre da Roma od ancora esistenti?
Potrei continuare all’infinito con queste domande che mi affollavano la mente.
E fu la volta dei dieci volumi di Samuele Romanin – Storia documentata di Venezia – e dello strepitoso Storia della Marina Veneziana, di Mario Nani Mocenigo – con le infinite, possenti, campagne navali venete del ‘600 e del ‘700, secoli incredibilmente descritti dalla maggior parte degli storici come di pura decadenza – e di una lunga serie di altri libri succedutisi senza sosta.
Una vicenda imponente, imperiale, con radici almeno in 1500 anni prima di Cristo, della quale la scuola che frequentavo mi faceva ignorare tutto. Eppure sedevo tra i banchi del miglior liceo classico di Venezia, il tipo di scuola che, fondata sulla cultura classica greco-romana, sulla filosofia, sul razionalismo, allena le menti, forma classe dirigente. La storia veneta si era inabissata in un buco nero: non più nomi, battaglie, istituzioni, luoghi. L’immenso patrimonio artistico, quello che non può scomparire, con una sistematica operazione di propaganda trasformato in “italiano”. Lo stesso lemma “veneto” scomparso da quasi ogni riferimento storico, artistico o culturale e sopravvissuto scialbamente solo per indicare situazioni regionali di minima importanza o quale nome di un distretto amministrativo tra le venti Regioni italiane. Oggi che scrivo, persino il Prosecco, fino a ieri per tutti vino veneto, è divenuto d’incanto nei media, dopo il riconoscimento UNESCO, “un’eccellenza italiana”.

Purtuttavia, io ero stato allevato al rispetto della Patria, intesa non in senso stoltamente nazionalistico, ma quale Heimat, il luogo profondo delle radici, dell’infanzia, dei sentimenti o, come disse qualcuno, la particolare sensazione che colleghiamo alle nostre origini, la sicurezza e la felicità correlate al senso di identificazione. Ero cresciuto con le canzoni della Grande Guerra, cantate da bambino a squarciagola con mia madre nei viaggi in auto, quelle degli Alpini (E tu Austria che sei la più forte, fatti avanti se hai del coraggio…). Il mio nonno materno, Angelo Sartor, l’aveva combattuta quella guerra, anche se obtorto collo. Alla mia domanda di raccontarmela, lui, privo di vuota retorica come la maggior parte dei Veneti, asciutto, così sintetizzava l’immane tragedia: “mi non ghe gavevo fato gnente a lori e lori non me ga fato gnente a mi”. Aveva trasportato salmerie al fronte con i muli, camminando nell’oscurità della notte su distese di cadaveri. Il mio nonno paterno, Giacomo Fogliata, nel primo dopoguerra aveva prestato servizio militare a Rodi, nel Dodecaneso.
La Patria, dunque. Già, ma quale? Ormai le mie molte letture mi avevano condotto sul crinale.
Nel 1990 partecipai ad un’ardita impresa con altri tre amici: Francesco Chiaro, Federico Visconti e Paolo Crozzoli. Con una ballottina, una sorta di gondola, da Venezia eravamo andati a quattro remi in Istria, a Pirano, ed eravamo tornati. Rimanemmo talmente folgorati dalla bellezza e dall’evidente impronta veneta dell’Istria che, non appena tornati, i primi tre di noi intrapresero un viaggio in auto lungo le coste dell’Istria e della Dalmazia, giù sino al lago di Scutari, ai confini con l’Albania. Tornammo appena in tempo per non essere fermati dai blocchi stradali dei serbi armati delle Craine, in territorio croato. Era lo scoppio della guerra nella ex Yugoslavia che poneva fine, nel sangue, alla convivenza degli slavi meridionali, forzatamente imposta dalla dinastia dei Karageorgevic, prima, e da Tito, poi.
Ma noi tornammo abbagliati. Vedemmo l’Istria veneta da Muggia a Pola. E la Dalmazia: Zara, Spalato, Sebenico, Traù, la fortezza di Clissa – teatro dell’impresa militare di Lunardo Foscolo – le Bocche di Cattaro, con la Perasto del Ti con nù e nù con Ti, Antivari, Dulcigno. Ovunque, anche se corroso, offeso, abbandonato, il Leone marciano ed un’impronta urbanistico-architettonica inconfondibile. Il panslavismo, il secondo conflitto mondiale ed il delirante nazionalismo croato avevano fatto danni incalcolabili, morali e materiali. Ma l’impronta generale era e rimane indelebile.
Successivamente, ancora negli anni ’90 del secolo scorso, volli proseguire più a sud, lungo la rotta delle nostre galee. Scoprii così le imponenti fortezze venete della Grecia: Corfù, una perla veneziana con la rocca a picco sul mare, Leucade (la Santa Maura con la presa della quale Francesco Morosini inaugurò la prima guerra di Morea nel 1684), Cefalonia, Citera (Cerigo), il Peloponneso (la Morea) costellato di fortificazioni e di borghi ancora “veneti” come la possente Methoni (Modòn), Creta (Candia) con un imprinting veneto di oltre quattrocentocinquantanni (l’elenco telefonico zeppo di nomi veneziani grecizzati) e la strabiliante cinta muraria della capitale Iraklion, ancora oggi con i bastioni Martinengo e Vitturi ed i resti dell’Arsenale; i tre imprendibili “scogli” fortificati di Suda, Grabusa e Spinalonga (il nome arcaico della Giudecca di Venezia).

Nel 1997 i “Serenissimi” compirono la loro clamorosa dimostrazione in Piazza San Marco, pagando con pene di inusitata asprezza la rabbiosa reazione del regime italiano. Un paio di mesi dopo io ed il prof. Francesco Chiaro ripetemmo l’impresa in Ballottina fino a Pirano, stavolta a due remi.
Ormai mi si era spalancato innanzi un intero mondo completamente assente dai programmi scolastici italiani. Iniziai a scoprire che l’insegnamento della Storia nella scuola italiana non rispondeva sempre ad istanze culturali, ma molto spesso nulla più che ideologiche: un sofisticato programma del “fare gli italiani” attraverso la sistematica manipolazione del passato. Stavo per varcare la soglia del non ritorno. Mancava ancora qualcosa. Conservavo alcuni scrupoli. Questo profondo distacco spirituale dal Tricolore e da tutto ciò che rappresentava significava lo scollamento da un fortissimo condizionamento pluridecennale, creato nella parte formativa della mia vita. In tal guisa, provavo persino sensi di colpa, di inadeguatezza.
Gli studi proseguivano. A quel punto, decidevo di approfondire il mito italiano dell’800 e del ‘900: il Risorgimento, le guerre cosiddette di Indipendenza e la Grande Guerra, tutte combattute in terra veneta, in casa nostra. E poi la dittatura fascista, la nuova guerra, la perdita dell’Istria e della Dalmazia: una vera amputazione di genti, lingua e cultura venete. Le scoperte si susseguivano purtroppo impietose. La sanguinosa repressione della rivolta di Genova dei Savoia e di Lamarmora, unica pagina dei moti europei del 1848/49 inesistente nei testi scolastici. La devastazione del Meridione d’Italia del 1861, con la ferocia della legge Pica, fonte di crimini inenarrabili ai danni della popolazione del Sud, perpetrati da uno Stato che, poi, si autorappresenta come liberatore e dipinge l’Austria, molto ma molto meno sanguinaria, come la tirannia assoluta. La Venezia acquisita nel 1866, nonostante la schiacciante plurima sconfitta militare dell’Italia (Custoza e Lissa), grazie agli intrighi delle alleanze – come già nel 1859 – e la beffa dei plebisciti.

«Navi di legno comandate da uomini con la testa di ferro hanno sconfitto navi di ferro comandate da uomini con la testa di legno» – Lissa, 20 Luglio 1866
«…daghe dentro, Nino, che i butemo a fondi!…» – Tegetthoff a Vincenzo Vianello “Graton”, timoniere della sua nave ammiraglia, medaglia d’oro al valor militare.
La guerra dichiarata nel maggio del 1915 ai propri già alleati – tali sino ad un mese prima – con un salto della quaglia; quella guerra tramandata come una difesa della Patria, quando altro non fu se non un’aggressione fallita, con quasi 700 km di fronte che, a dispetto degli intenti aggressivi, non si mossero di un palmo per oltre due anni, sino alla disfatta di Caporetto; e, ciononostante, seguì la retorica della “vittoria” – conseguita solo con il tracollo internazionale dell’impero asburgico – divenuta granitico messaggio ai posteri e tutt’oggi verità rivelata ed indiscutibile. Le leggi razziali. La disastrosa e scellerata guerra fascista. La pomposa retorica della Resistenza. La scelta brutalmente centralista persino della Repubblica italiana del dopoguerra. La dolce, plurisecolare, favella veneta, irrisa nella televisione di Stato, declassata a “dialetto” del quale quasi debbacisi vergognare. E poi le radici e le strutture manifestamente napoleoniche dello Stato italiano, sin dalla sua bandiera. Lo stesso Napoleone, il devastatore della Veneta Repubblica, l’indiscusso criminale per gli anglosassoni, celebrato nella scuola pubblica quale eroe riformatore.
A quel punto mancava un passo. Nel 2001, il Presidente Ciampi decise di assegnare con decreto la medaglia d’oro a Zara, per l’immane sacrificio subito con i 54 inutili bombardamenti, voluti da Tito – che distrussero l’85% della città che gli zaratini consideravano un sestiere di Venezia (celebravano ancora il ritorno del dominio veneto del 31 luglio 1409, con la festa cittadina della Santa Intrada) – e per la brutale pulizia etnica, alla quale seguì l’esodo pressoché totale che aprì la strada alla Zadar croata.
Gli italiani nemmeno sapevano di cosa si parlasse, tanto erano e sono lontani dalla cultura veneta. Per la maggior parte di loro Zara poteva essere una città africana o un parco dei divertimenti. Ma i croati no. Il governo croato oppose una durissima azione politica, persino condita di minacce, per impedire che la prestigiosa decorazione fregiasse l’antico gonfalone della città dalmata. A quel punto lo Stato italiano, che così veniva ringraziato dalla Croazia per l’incondizionato appoggio incredibilmente offertole nel conflitto contro la Serbia, si ritirò in buon ordine non dando mai esecuzione al decreto, ancora oggi lettera morta. Non solo. IL Manifesto attaccò impunemente quella splendida persona di Ottavio Missoni, creatore di uno dei brand di moda più famosi al mondo e Sindaco di Zara in esilio, infangandolo con fantasiose quanto vaghe accuse di simpatie fasciste prima e dopo la guerra. Ma la vetta fu il titolo infame di Famiglia Cristiana: “Quella medaglia d’oro a Zara fascista”.
Questa invereconda vicenda, tutta intera e tutta inconfondibilmente italiana , fu per me la goccia che fece traboccare il vaso. Presi carta e penna e scrissi al Gazzettino un pezzo che intitolai “Un requiem per Zara e per la mia italianità”. Ora ero sereno. Avevo faticosamente guadato il fiume, il mio Rubicone, e, dall’opposta riva, volgevo lo sguardo alle mie spalle. . Alea iacta est. Tutto era chiaro. Ero rappacificato con me stesso Non vi sarebbe stato mai più ritorno. Non si trattava di una scelta ideologica, di un cambio di fronte, di un passo politico, di un momento di sfiducia. Era piuttosto qualcosa di intimamente ed ontologicamente connesso al mio essere, una rinascita. Era la mia personale incarnazione del mito platonico della caverna; era l’assunzione della pillola rossa di Matrix.
Come si vede, un cammino quasi totalmente culturale e razionale, che solo in seguito si è aperto alle emozioni, al sentimento, alla riscoperta della vera Patria, l’Heimat, così radicalmente incompatibile con uno Stato nazionale otto-novecentesco di creazione napoleonica, responsabile di un’infinità di guerre e lutti, un azzeratore delle culture e delle radici che sole hanno reso – dal medioevo, al rinascimento, al barocco – la penisola ancor oggi famosa nel mondo intero.
Ed infine – ma solo molto alla fine – si sono aggiunte prepotenti ragioni economiche, per un territorio soggetto a costante rapina fiscale ed immensi trasferimenti forzati di risorse verso altri territori, fondati solo sulla retorica dell’Unità; un feticcio che, anche in questi giorni che scrivo queste brevi note, funge da pretesto persino per la negazione di quell’autonomia che invece si ritrova negli stati federali più progrediti e prosperi, che si ritrova nelle Regioni italiane a statuto speciale. Una vergogna tutta fascista mascherata da democrazia, ma che tuttora permea la mentalità profonda e socialmente troglodita di una moltitudine di italiani. Una presunta democrazia ed una Costituzione che negano il diritto di autodeterminazione.
Io sono erede di tutt’altro. Di una civiltà colorata e cosmopolita, ricca e tollerante, nella quale risuonavano lo slavo, il greco, l’albanese, il bergamasco, il friulano, dalle Dolomiti al Corno d’Oro, aperta, piena di respiro, ossigeno, boschi e mare.
Et de hoc satis. Basta. Mi fermo qui.
E così, come scrisse il dalmata San Girolamo, nel mio animo l’Urbe si muove dalle fondamenta, o dalle sue sedi, e corre alle tombe dei martiri (Urbs movetur…). La mia città interiore ha abbandonato il Foro, ha lasciato le vecchie fondamenta ed è accorsa a Te, o San Marco, cui dedico questo modesto scritto autobiografico, mutando la famosa invocazione di San Girolamo: parce mihi Domine quia venetus sum.

«Noi siamo liberi e possiamo doppiamente gloriarci di esserlo, poiché lo siamo senza aver versato goccia né del nostro sangue, né di quello dei nostri fratelli… Ma non basta aver abbattuto l’antico governo; bisogna altresì sostituirne uno nuovo, e il più adatto ci sembra quello della repubblica che rammenti le glorie passate, migliorato dalle libertà presenti.
Viva la repubblica! Viva la libertà! Viva San Marco!» – Daniele Manin, Venezia 22 Marzo 1848
Articolo scritto da Renzo Fogliata

